La Clinica e il modello di riferimento

LA CLINICA E IL MODELLO DI RIFERIMENTO

È sempre per la via del sintomo che un soggetto arriva a rivolgersi ad uno psicoterapeuta. La clinica psicoanalitica opera tenendo conto proprio delle specifiche forme di sintomo e di malessere, dei diversi contesti in cui queste si esprimono e del presupposto che, in ogni domanda di aiuto, c’è sempre qualcuno che “soffre a causa di un conflitto interno che non è in grado di risolvere da solo” (Sigmund Freud). Seguendo l’insegnamento di Freud la risposta, di chi ascolta la domanda, chiama in causa l’inconscio.

Si apre così la possibilità di un’esperienza di cura nel corso della quale, a partire dal sintomo, si potrà rimettere in moto il proprio desiderio inconscio.

La psicoanalisi, nell’orientamento di J. Lacan, applicata alle nuove forme di malessere, ci permette di mettere in piedi un percorso “senza standard ma non senza principi”. Nell’opposizione tra “standard” e “principio” il primo rappresenta ciò che si ripete senza invenzione, mentre il secondo si riferisce alla singolarità, al carattere unico e irripetibile di un oggetto o di un atto. Nell’apoteosi dell’uguaglianza, dello standardizzato, dell’indifferenziato, la psicoanalisi può ancora rappresentare un discorso sovversivo capace di rilanciare il desiderio singolare del soggetto? È questa la “sfida” che si pone oggi chi, orientato dalla psicoanalisi di Freud e Lacan, vuole affrontare i nuovi sintomi della contemporaneità, specie in età evolutiva: fallimenti e abbandoni scolastici versus performance sempre ottimali e risultati eccellenti, ritiro sociale versus socializzazione disinibita, adolescenza prolungata versus rottura radicale di legami familiari.

La psicoanalisi può dunque, si spera, costituire ancora un “luogo di risposta, un luogo in cui la chiacchiera prende il risvolto dell’interrogativo, e l’interrogativo stesso prende il risvolto della risposta”. (J.A.Miller).