XVII Convegno della Scuola Lacaniana di Psicoanalisi

La vergogna nella clinica e nel legame sociale

Palermo – 18 e 19 maggio 2019
Cantieri culturali della Zisa – Via Paolo Gili, 4

INTRODUZIONE AL TEMA DEL CONVEGNO

“Morire di vergogna è il solo affetto della morte che meriti – che meriti cosa? – che la meriti”[1], diceva Lacan a coloro che assistevano al suo Seminario durante gli anni “caldi” della contestazione, quando era piuttosto la spudoratezza a farla da padrone. Sottomessi, senza saperlo, al Discorso dell’Università, che faceva di loro dei “sottoproletari”, cioè degli scarti del sistema, nulla più che “unità di valore”, sottomessi a un imperativo che Lacan sottolinea con queste parole: “Più sarete ignobili […] meglio sarà”[2], essi diventavano parte integrante del regime che contestavano, che li metteva in mostra dicendo: “Guardateli godere”[3].
Quello sguardo dell’Altro non produceva per essi il “morire di vergogna” che Lacan auspicava; non è lo sguardo evocato da Lacan nel Seminario XI[4], che Sartre aveva messo in rilievo come quello in grado di far sorgere la vergogna: sto guardando dal buco della serratura e un suono di passi nel corridoio fa sorgere la dimensione dello sguardo che mi precipita nella vergogna, in quanto improvvisamente mi vedo guardato. È piuttosto uno sguardo che gode della scena, che gode nel “guardarli godere”; lo sguardo della Società dello spettacolo, in cui tutto è messo in mostra e nulla ha valore, lo sguardo che proviene da un Altro che non ha più lo stesso statuto in quanto si è vaporizzato nella sua funzione e si manifesta come inesistente. Come ricorda Miller nel testo Nota sulla vergogna, “siamo in un’epoca in cui lo sguardo dell’Altro, che causa vergogna, si è eclissato” [5].
“Non storcete il naso, siete stati serviti, potete ben dire che non c’è più vergogna”[6]: ecco l’enunciato che ben si attaglia alla nostra epoca per descrivere cosa ne è oggi dell’affetto della vergogna. Con il suo correlato: “Allora vi resterà la vita come vergogna da ingoiare, dal momento che essa non merita che se ne muoia”[7].
J.-A. Miller ci offre una lettura di questi passaggi di Lacan nel già citato Nota sulla vergogna. Egli sottolinea come l’Altro di cui si tratta non è quello del giudizio, legato piuttosto alla dimensione della colpa, ma un Altro “primordiale, che non giudica ma semplicemente che vede e dà a vedere”.[8] Se quindi la colpa è in relazione con la dimensione del desiderio, quando parliamo di vergogna siamo piuttosto nel registro del godimento.
In questo testo Miller mette, fra l’altro, in valore l’antitesi proposta da Lacan fra vergogna e onore, termine oggi assai desueto e richiamato dal termine “ignobili” usato da Lacan nel 1970; onore, che indica la fedeltà del soggetto al significante padrone che lo determina. Il riferimento nel Seminario XVII a Vatel, il valletto al servizio del Principe di Condé che si uccide per la vergogna di non aver potuto essere all’altezza del compito assegnatogli a causa del mancato arrivo di un’ordinazione di pesci che dovevano essere serviti alla sontuosa festa del Principe, mostra un soggetto per il quale l’onore viene prima della sua stessa vita. Quando, sottolinea Miller, l’onore, e dunque la vergogna sono svalutati, allora siamo in un’epoca in cui cambia il senso della vita e il senso della morte e “si instaura come valore supremo il primum vivere, la vita ignominiosa. La vita ignobile, la vita senza onore”[9].
Già nel Seminario L’etica della psicoanalisi[10], con l’esempio di Antigone, Lacan aveva messo in rilievo come la morte, e dunque la vita, vanno per il parlessere al di là della pura esistenza o scomparsa biologica, e aveva introdotto il termine “seconda morte” per rendere conto di ciò che, al di là dell’esistenza biologica, rappresenta il soggetto a livello simbolico, il significante che, rappresentandolo per un altro significante, fa della sua esistenza qualcosa che si prolunga oltre la pura fatticità organica. Da qui, come sappiamo, l’importanza della sepoltura che Antigone, a costo della sua stessa vita, vuole dare al fratello. Quella di Antigone è una scelta etica che non risponde al significante padrone universale, incarnato piuttosto da Creonte, bensì a ciò che lei sa di dover compiere come soggetto per non vivere una vita ignominiosa.
Il soggetto è effetto del significante, significante primo che Lacan chiama S1, quello che in Sovversione del soggetto indica come “il tratto unario che, colmando l’invisibile marchio che il soggetto riceve dal significante, aliena questo soggetto nella prima identificazione, quella dell’ideale dell’Io”[11]. Con la scrittura del Discorso del Padrone, che è anche il discorso dell’inconscio, Lacan mette in luce come sia necessaria la struttura significante affinché vi sia soggetto e affinché l’oggetto si situi nel posto della produzione. Senza questa operazione di identificazione primaria non vi sarà dunque soggetto dell’inconscio; al contempo questa struttura è necessaria perché si metta in luce che non tutto è di stoffa di linguaggio, che vi è un elemento di discorso che non è di stoffa significante, sebbene articolato alla legge significante.
È così che, come in altre occasioni, anche in queste lezioni del Seminario XVII, Lacan richiama “l’essere per la morte”, non nel suo senso esistenziale, bensì nel senso di quella sottomissione al significante che il discorso del Padrone veicola. Dice Lacan: “L’essere per la morte, ossia quel biglietto da visita attraverso cui un significante rappresenta un soggetto per un altro significante”[12]. Miller commenta: “Egli dà a questo S1 il valore di biglietto da visita, che è l’essere per la morte. Non la morte pura e semplice, ma la morte condizionata da un valore che la surclassa. E se questo biglietto viene strappato, aggiunge Lacan, è una vergogna”.[13]
Quando il soggetto sacrifica il suo onore per viltà, retrocedendo di fronte al morire di vergogna, o quando non c’è più vergogna in quanto non c’è più nulla che soggettivamente valga la pena di porre come valore che sopravanza la sopravvivenza pura e semplice, ecco che non resta che la vergogna di vivere. Si tratta di questo, come indica Miller, nell’ascesa allo zenit della questione della sicurezza, parola d’ordine nelle nostre società, sicurezza che significa esattamente la messa in valore della vita come bene supremo, a discapito di ogni valore ideale e di ogni significante che valga per il soggetto. L’ossessione per la sicurezza è il pendant della mancanza di vergogna.
Ora questo chiama in causa la psicoanalisi sia sul piano clinico che sul piano politico. Sul piano clinico, almeno per quanto riguarda la nevrosi, al termine de Il rovescio della psicoanalisi, Lacan dà un’indicazione quando dice: “Se poi, circa la vostra presenza qui […] dovessero mai esservi ragioni […] appena un po’ meno che ignobili, […] è perché, non esageratamente, ma giusto quanto basta, mi accade di farvi vergogna”[14]. Si tratta per lo psicoanalista di produrre nel soggetto quell’affetto di vergogna che mette in rilievo il significante padrone che lo governa, il suo biglietto da vista, ma anche il godimento che vi è implicato, affinché egli possa passare attraverso tutti i giri necessari per giungere infine a disidentificasi, a lasciar cadere l’S1 che aveva governato la sua vita, e a assumere il godimento che fa la sua particolarità. Se infatti il soggetto sorge dal significante, ciò che l’analisi mette in rilievo è che il significante fallisce, che non c’è rappresentazione possibile, e che l’S1 ha supportato il godimento di cui non si voleva sapere nulla.
Per quello che riguarda la psicosi, possiamo prendere la melanconia come paradigma del rapporto del soggetto psicotico con la vergogna, laddove il soggetto si presenta sotto il segno dell’indegnità e dello scarto, e più che provare vergogna, egli piuttosto la incarna, “è” la vergogna, e gode di questa posizione. Il sorgere del sentimento di vergogna in un soggetto psicotico può allora indicare una certa presa di distanza dalla posizione di oggetto del godimento dell’Altro.
A livello del legame sociale, d’altra parte, l’epoca della spudoratezza, in cui non c’è più vergogna, in cui l’Altro in grado di far vergognare è evaporato, può essere accostata a una sorta di “melanconia generalizzata”: la “servitù volontaria” all’esibizione senza veli dei propri godimenti, alla trasparenza in nome della sicurezza individuale e collettiva, al primum vivere che indica il rigetto dell’inconscio, all’umano ridotto a elemento contabile e la sua “gestione” a una faccenda tecnica e burocratica, testimoniano di una sorta di compimento della posizione di identificazione all’oggetto scarto, su cui Lacan metteva in guardia gli studenti negli anni ’70.
La vergogna può avere allora la funzione di spingere il soggetto fuori dalla condizione di stupidità “senza speranza”[15] che caratterizza il soggetto contemporaneo, contraddistinta dal fatto di non volere sapere nulla e cedere nulla del proprio godimento.
Stupidità che fa coppia, nella nostra contemporaneità, con la canaglieria di chi, promuovendo come bene supremo il primum vivere e cancellando la vergogna, si erge ad Altro consistente che conoscerebbe e possiederebbe l’oggetto del desiderio, ciò che scava la mancanza del soggetto: “Ogni canaglieria si basa sul fatto di voler essere l’Altro, intendo il grande Altro, di qualcuno, là dove si disegnano le figure in cui il suo desiderio sarà captato”[16], ci ricorda Lacan.
Il “realismo” dell’intellettuale di destra, di cui Lacan parla nel Seminario VII, quando dice che questi è colui che non si tira indietro “di fronte alle conseguenze di quel che si chiama realismo, cioè, quando è necessario, nel rivelarsi di essere una canaglia”[17], è forse un altro nome, molto attuale, della vergogna di vivere.
Già nel 1958, articolando clinica e politica, Lacan enunciava: “Vi sono infelicità dell’essere che la prudenza dei colleghi e la falsa vergogna che dà sicurezza alle dominazioni, non osano espungere da sé. Va formata un’etica che integri le conquiste freudiane sul desiderio: per mettere in capo ad essa la questione del desiderio dell’analista”[18].

Paola Bolgiani

[1] J. Lacan, Il Seminario, Libro XVII, Il rovescio della psicoanalisi (1969-1970), Torino, Einaudi, 2001, p. 227.
[2] Ibidem, p. 230.
[3] J. Lacan, Analyticon, in Ibidem, p. 259.
[4] Cfr. J. Lacan, Il Seminario, Libro XI, I quattro concetti fondamentali della psicoanalisi (1964), Torino, Einaudi, 1979, p. 86.
[5] J.-A. Miller, Nota sulla vergogna, La Psicoanalisi, 46, 2009.
[6] J. Lacan, Il Seminario, Libro XVII, Il rovescio della psicoanalisi, cit., p. 230.
[7] Ibidem, p. 118.
[8] J.-A. Miller, Nota sulla vergogna, cit., p. 26.
[9] J.-A. Miller, Nota sulla vergogna, cit., p. 32.
[10] J. Lacan, Il Seminario, Libro VIII, L’etica della psicoanalisi (1959-1960), Torino, Einaudi 1994.
[11] J. Lacan, Sovversione del soggetto e dialettica del desiderio nell’inconscio freudiano 1960), in Scritti, Torino, Einaudi 1974, p. 810.
[12] J. Lacan, Il Seminario, Libro XVII, Il rovescio della psicoanalisi, cit., p. 227.
[13] J.-A. Miller, Nota sulla vergogna, cit., p. 32.
[14] J. Lacan, Il Seminario, Libro XVII, Il rovescio della psicoanalisi, cit., pp. 243-244.
[15] J. Lacan, Televisione, in Altri Scritti, p. 537.
[16] J. Lacan, Il Seminario, Libro XVII, Il rovescio della psicoanalisi, cit., p. 70.
[17] J. Lacan, Il Seminario, Libro VIII, L’etica della psicoanalisi, Einaudi, p. 232 (lezione del 23 marzo 1960, par. 2).
[18] J. Lacan, La direzione della cura e i principi del suo potere (1958), in Scritti,, cit., p. 610.

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